Eravamo a letto, chi nel proprio, chi in quello di qualcun altro perché aveva paura o si sentiva solo. Eravamo a letto e il rumore incessante della grandine ci raggiungeva tutti. Perfette palline di ghiaccio sfidavano i tetti da almeno dieci minuti, continuo rintocco veloce, ritmo incalzante. Chi pensava alla macchina nuova, chi all’aiuola sul retro o al paese ammaccato del giorno dopo.. non io però, che cominciavo a sentire nei palmi delle mani dei sassolini, quelli del cortile delle scuole elementari: li facevano cadere, accompagnandoli prima con le dita, in una bianca cascata polverosa, proprio sopra i bidoni verde petrolio dell’immondizia, oppure sul pavimento di pietra, così il ticchettio era più netto e soddisfacente. A volte li lanciavamo in aria per celebrare una vittoria, uno scherzo riuscito, un amore dichiarato, così, ingenui ed iperattivi, avevamo inventato dei fuochi d’artificio ancora più pericolosi. Altri giorni invece, piuttosto creativi, andavamo alla ricerca dei pezzettini di mattone per poter alternare bianco e rosso nei disegni sulle piastrelle. Non chiedevamo alle maestre i gessetti colorati, volevamo dimostrare la nostra autonomia; con i polpastrelli facevamo ogni tipo di sfumatura e si poteva addirittura cancellare, con un po’ di saliva. Quanti ricordi! Quanti giochi! Le montagnette, i fossati, i labirinti: paesaggi che si espandevano di ricreazione in ricreazione, mentre certe zone del cortile divenivano sempre più spoglie, rimanevano aride, senza i loro sassolini. La mattina seguente il vento aveva riportato l’equilibrio, e si ricominciava con nuovi progetti, idee. Sapevamo dare vita a quegli oggettini inanimati: erano tutti levigati ma avevano le forme più varie, sembravano muti, in realtà potevano suonare sinfonie di percussioni, erano piccoli, ma infiniti. Eravamo bambini, la grandine era finita, ma io sapevo ancora sognare.
Se non suscitassero in me qualcosa di speciale, non sarebbero amiche mie..
C'è quella che ha paura le persone non si ricordino di lei, guarda gli omicidi in tivù e poi se ne torna a sognare la sua fiaba principesca personale. Con l'autostima sotto i piedi a volte inciampa, ma poi ce la fa, sempre.
C'è quell'altra che doveva nascere in America, di una dolcezza forte che ama tutto ciò che è salato. Un fiore nero nel prato, spontaneo ma spettacolare. Vuole qualcuno che renda le sue stranezze normalità.
Poi c'è quella stronza, che sa dir di no quasi a tutto il mondo e non saluta mai. Per lei sono le misure esagerate, le emozioni forti, la pelle viva che ribolle. Si crogiola spesso nella sua solitudine ma fa capire quando ha bisogno di qualcuno a fianco. È precisione morbosa, racconti del sogno passato e ricordi privati, intimità.
E c'è quella che è un album di sorrisi, parla coi versi, le smorfie, le canzoni. Gote, ciocche, ginocchia rosse, affamata di nuove esperienze, sentimenti. Un mare lasciato allo sbaraglio, un fuoco d'artificio che cambia colore ancora e ancora.
C'è anche quella che preferisce una scorpacciata di risate a qualsiasi altro modo di spendere il tempo. Ha memoria perfetta, ma solo per certe cose, scatta sempre qualche foto così poi le belle giornate ritornano indietro. Per lei la merenda è un momento sacro, giustamente.
C'è quella che ad aiutare e tacere i suoi problemi c'ha fatto l'abitudine, è sofferenza grande quando una vita, scelte e rinunce per il futuro, determinazione. Abbraccia forte da far quasi male per paura di perderti, balla col respiro, è una pietra verde da portare al collo.
C'è la voce zuccherina che si preferirebbe rauca, vorrebbe che la gente andasse oltre i suoi occhi puliti, i modi gentili. Ingenua da sentirsi al sicuro sulle nuvole, basterebbe un po’ più di coraggio per piacere a se stessa.
E infine c'è quella che non cambia mai, morbida e accogliente come la prima volta, subisce il peso degli altri, attutisce, e poi quando se ne vanno rimane sgualcita. Labbra carnose laccate e tacchi dodici borchiati per poi innamorarsi delle cose più semplici. Risata fragrante, occhi che incantano.
L’acqua scivola sopra al tuo corpo, il sole bagna la tua pelle e la vita accarezza solo la superficie della tua esistenza.
Ti hanno raccontato che il senso delle cose è solo in profondità, nel cuore che distilla emozioni, nell’anima che vibra per i suoni che solo l’amore sa regalare; eppure ti senti viva anche ora, eppure ti senti viva lo stesso: senti la vita scivolarti addosso, cavalcare le curve delle tue gambe, piegarsi alle linee della tua schiena. Il cuore non lo senti ogni giorno, la tua anima non la puoi vedere ma la pelle, le tue mani, i tuoi occhi: è in superficie che respiri, è lì che il sole splende più forte. Ti hanno detto che servivano oscure caverne per scoprire la verità, ma tu ora sei fuori, lì in superficie e sei viva, ora più che mai.
(via bonanafish)
- Ho voglia
che poi più che voglia è desiderio
- di fare
nel senso di costruire
di sporcarsi le mani,
la faccia,
l’anima
- l’amore
ma non quello in cui si sta nudi
e si gode,
cioè anche quello,
ma non solo quello
- l’amore vero
quello fatto di sorrisi
di cose tristi,
di desideri
e rimpianti.
- Ho voglia
che poi è più una speranza
- di stare con te
o sopra di te,
o dentro di te,
o accanto a te
- l fare
nel senso di costruire,
di faticare
- l’amore con te
quello che non finisce
al mattino
e non dorme la sera
- l’amore vero
quello che ci meritiamo
- io e te.
(via bonanafish)
Quando ero piccolo mi sentivo già grande, e ora che sono grande mi sento ancora così piccolo: è forse questa la vita e quel profondo senso d’inquitudine?
(via bonanafish)
… non posso far altro che pensarti e pronunciare il tuo nome in segreto, dentro la mia bocca avvolgendolo nel recinto dei miei denti mordendolo fino a consumarne le lettere …
Gioconda Belli, Il tuo nome mi avvolge come una coperta, estratto
“Noi ci siamo scoperti assieme e assieme abbiamo scoperto il pensiero. Io rivelai a te medesimo l'anima tua e tu apristi a me stesso l'anima mia.”— Giovanni Papini, Un uomo finito, 1913, cap. X - Lui
(via somehow---here)